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Bancari, attenzione a essere troppo riconoscenti

Accade con una certa frequenza che operatori bancari contattati da reti di consulenza finanziaria rifiutino un incontro con la motivazione che non cambierebbero mai in quanto sono riconoscenti all’azienda per cui lavorano e non se la sentono di abbandonarla. Qualcuno dice anche:” non voglio sputare nel piatto dove ho mangiato”.

Ho spesso riflettuto su queste affermazioni che non lasciano alcuno spazio a repliche e appaiono come fortemente etiche al punto da creare quasi imbarazzo a chi sta proponendosi come alternativa.

È riconoscente “chi riconosce il beneficio ricevuto e ne conserva memoria, mostrando di apprezzarlo e di volerlo, all’occasione, ricambiare”.

Questa definizione presuppone che ci sia stato un beneficio, ma in un contratto di lavoro dipendente si può parlare di benefici ricevuti? Il mio punto di vista è che un contratto, in quanto tale, presupponga una prestazione contro compenso con reciproca utilità.

Nel momento che una delle controparti non ha più interesse o possibilità di proseguire nel rapporto è usuale sciogliere il contratto ovviamente con le tutele previste. Non a caso le banche impongono ad alcune categorie di dipendenti i patti di non concorrenza.

Credo pertanto che si debba distinguere il senso di appartenenza ad un’organizzazione, cosa molto rara ma altrettanto apprezzabile, dalla riconoscenza. Se ho lavorato onestamente e in modo adeguato alla mansione affidata non devo essere riconoscente perché il rapporto è paritetico. Dovrei essere riconoscente solo se fossi stato retribuito senza svolgere alcun lavoro!

Temo che in quelle affermazioni si possa nascondere un basso livello di autostima e consapevolezza oppure la presunzione di ritenersi insostituibili come se una grande azienda con migliaia di dipendenti possa essere danneggiata dalla perdita di un collaboratore!

Per fortuna siamo tutti liberi di decidere del nostro benessere e del nostro futuro e cambiare lavoro è una scelta di vita che deve essere assunta con responsabilità ma in modo imprenditoriale. Il senso di appartenenza all’organizzazione è importante ma non può condizionare al punto di non voler valutare opportunità che potrebbero migliorare sensibilmente le condizioni personali e familiari. Ascoltare non significa aderire.

Il consiglio che mi sento di dare a chi, ricoprendo un ruolo simile a quello di un consulente finanziario, riceve una telefonata di contatto è quello di andare ad ascoltare senza preconcetti e approfondire le modalità di lavoro proposte. Passare da dipendenti a liberi professionisti è un cambio di passo che richiede un approccio imprenditoriale e un buon imprenditore è sempre pronto a capire possibili nuove opportunità.

Conosco personalmente private banker con patti di non concorrenza che hanno comunque deciso di cambiare accollandosene le conseguenze economiche oppure non violandoli. Incoscienti? No, solo motivati da una diversa visione del proprio ruolo.

Articolo a cura di Marina Magni pubblicato su citywire.

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